Dati generali

  • Nome del Comune
    Curio
  • NPA
  • Cantone
  • Distretto
    Lugano
  • Circolo
    Magliasina
  • Frazioni
    Bombinasco
  • Popolazione
    578
  • Altezza s.l.m.
    566m
  • Superficie territorio
    277 ha
  • Moltiplicatore
    100%

Introduzione

Con una popolazione di 578 abitanti, Curio (in dialetto ticinese Cür), è situato nel Malcantone sulla falda meridionale del Gheggio. Confina a nord con Novaggio e ad est con Bedigliora. Scendendo verso il versante sud troviamo Pura per poi incontrare la strada cantonale 398 all'altezza di Caslano.

Situato a 566m s.l.m., la vista si estende verso il ramo est del lago di Lugano, e verso nord verso la cima del monte Lema e dell'osservatorio astronomico che ospita. Molto ricchi e variegati i boschi delle colline circostanti con tanti sentieri e luoghi da esplorare costeggiando i rami del Riale di Molgé.

Ospita il recentemente ristrutturato Museo del Malcantone.

Monumenti e luoghi di interesse

  • Chiesa parrocchiale di San Pietro, ricostruita nel 1609 in stile barocco su un preesistente edificio attestato dal 1352
  • Chiesa-santuario della Madonna della Morella, di epoca tardomedievale
  • Oratorio della Santissima Trinità in località Bombinasco, eretto nel 1670
  • Piccola miniera d'oro protostorica in località Garavee, utilizzata dell'antico popolo dei Salassi
  • Frammenti di una lapide con iscrizione nord-etrusca all'interno del villaggio

Cenni storici

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1.

Già nel lontano 1196...

Sono innumerevoli – in base alle notizie contenute nei due libri sul paese «Curio. Note di storia» di don Ermanno Medici nel 1961, e «Curio e Bombinasco dagli albori» di Emesto W. Alther e don Ermanno Medici, Armando Dadò editore, 1993 – i riferimenti a questo villaggio, e ciò già a partire dal 1196; quando si cita che il monastero di Sant’Ambrogio a Milano aveva un possedimento a Curio; d’altra parte, nel 1214 risulta che il monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia vi aveva delle proprietà. Poi, nel 1200, parecchi altri documenti parlano di proprietà a Curio, altrettanto nel secolo successivo e poi sempre più frequentemente si ritrovano notizie di beni e proprietari in questa contrada. Per quanto riguarda l’etimologia di «Curio», non si è mai potuto sapere perché a questo ridente villaggio sia stato imposto tale nome. Ci si limita così a congetture, peraltro assai… fantasiose, non ultima quella che Curio non sia altro che la radice di… curioso.

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2.

In passato fervore di iniziative e grande spirito di solidarietà

Nell’Ottocento, precisamente nel 1830 quando il Cantone Ticino si diede una propria Costituzione, Curio divenne con il vicino Comune di Pura il centro principale del Circolo della Magliasina. Di ritorno dalla Russia e dalle Americhe, i cittadini di Curio seppero dare nuovo impulso a queste «più fertili e amene e meglio coltivate terre d’Oltreceneri», come scriveva il Franscini. Ne è prova, per certi versi eclatante, la moltitudine (oltre che la singolarità) di istituzioni e di iniziative di pubblica utilità e di solidarietà sorte a Curio proprio in quel periodo, segnatamente nel campo della scuola e della socialità.

Scuola elementare

Già alla fine del Cinquecento, per la verità, Curio aveva la sua scuola, contando quali maestri per lo più i parroci. Nel capitolato del parroco, votato dalla Vicinanza di Curio il 22 settembre 1792, si legge: «Il Parroco dovrà far la scuola a Fanciulli mediante un conveniente pagamento». Ma nei primi decenni dell’ Ottocento, nel diario del dott. Pietro Avanzini, si annota: «Da tempo immemorabile non fu in Curio una tollerabile scuola elementare». Il 2 dicembre 1835 la campana suona per la prima volta per chiamare ragazze e ragazzi alla scuola comunale, ospitata gratuitamente in due stanze al pianterreno della casa parrocchiale, messe a disposizione dal “‘prevosto don €arlo Visconti. Sono 39 ragazzi tra Curio e Bombinasco e 36 ragazze. Primo docente don Giuseppe Cattaneo di Bedigliora. Ma la sede diverrà presto inidonea, per cui si trasloca dapprima nel centro del paese (nell’abitazione del defunto avv. Costantino Visconti), poi nella casa di Rosetta Clara Visconti allo Scopello, quindi nello stabile della Scuola maggiore e di disegno sino al 1972, allorquando la scuola chiude. Da allora e per oltre una quarantina d’anni gli allievi hanno frequentato la scuola consortile di Bedigliora, mentre, a partire dall’anno scolastico 2017/18, gli allievi dei comuni di Astano, Bedigliora, Curio, Miglieglia e Novaggio si sono riuniti in un unico edificio scolastico, ampliato per l’occasione, a Novaggio, sotto il cappello dell’ISMM Istituto scolastico medio malcantone.

Asilo infantile

Nel 1881 viene fondato ad Astano, per iniziativa del dott. Agostino Demarchi (sindaco di quel villaggio), il primo asilo infantile del Malcantone. Quell’esempio fa subito… scuola, nel senso che induce vari cittadini di Curio a costituire con elargizioni un fondo per la creazione di un asilo infantile e ad adottare (a partire dal 1889) una singolarissima iniziativa, ovvero espressa richiesta agli osti del villaggio ad introdurre il «tavolo per l’asilo infantile» nel senso che «chiunque vuol sedere a quel tavolo paga una tassa di cènt. 10 per seduta a favore dell’àsilo». La struttura, provvisoria, è pronta nei primi mesi del 1891 e il 25 aprile di quell’anno arriva la prima maestra, suor Teodista Scamara, che prepara l’apertura solenne per il 3 maggio. Nel novembre 1894 ci sarà l’inaugurazione della sede definitiva allo Scopello (poi diventata casa comunale), svolgendo le sue funzioni fino al 1944, e sempre diretta dalle suore di Menzingen. La casa è diventata poi sede della scuola elementare. Dopo una lunga pausa (per mancanza di bambini), dal 1986 la scuola materna è tornata a rivivere a pianterreno della casa comunale, poi si è trasferita (a partire dal 1994) nella nuova sede in zona Favirolo, dietro la chiesa.
Attualmente anche la scuola dell’infanzia, pur mantenendo una delle sedi nell’edificio di Curio, accoglie bambini domiciliati nei cinque comuni dell’ISMM.

A Bombinasco, i terrieri della frazione – che con entusiasmo avevano appoggiato l’asilo di Curio – il 1. maggio 1892 ne aprirono uno per conto loro in un locale sito nell’abitato, che venne però definitivamente chiuso verso il 1914 per mancanza di bambini.

Scuola maggiore e di disegno

L’inaugurazione solenne delle scuole a Curio avviene il 4 novembre 1850 e il 31 marzo dell’anno successivo si tengono i primi esami semestrali. E già nel settembre 1851 prende avvio il dibattito per l’erezione di un nuovo fabbricato scolastico, finché nel giugno 1853 il Gran Consiglio approva un decreto del seguente tenore: «La casa per la scuola industriale e per quella di disegno nel Malcantone sarà eretta in Curio». Nel febbraio dell’ anno successivo cominciano i lavori per la costruzione della palazzina sul terreno «Chioso» (su progetto dell’arch. Luigi Fontana di Muggio) e il 5 novembre 1855 l’ispettore delle scuole Maricelli apre «queste scuole superiori». Da allora, per decenni, l’insegnamento è assicurato, sia pure con notevoli mutamenti nel numero degli allievi e dei risultati; vi insegnano illustri docenti, come i professori Giovanni Battista Buzzi-Cantoni, Giovanni Poroli e Achille Avanzini. Nel 1900, in occasione del mezzo secolo di vita, una lapide ricorda: «Ai compianti/dottor Agostino Demarchi di Astano/dottor Pietro Avanzini di Curio/don Giovanni Maricelli di Bedigliora/principali promotori e fondatori di queste scuole/i Malcantonesi riconoscenti 1900/50 di fondazione». Ma già nel 1917 prende corpo l’idea di trasformare la scuola maggiore in scuola tecnica inferiore o professionale, ma sono gli aspetti finanziari a smorzare gli entusiasmi, finché all’inizio degli anni Quaranta il Comune di Curio ottiene di poter insediare nello stabile la scuola elementare fino a quando questa prenderà dimora nell’ aula dell’ asilo infantile chiuso per mancanza di bambini. Intanto, la scuola maggiore maschile segna gli ultimi anni di vita fruttuosa, poi il decadimento completo con i locali superiori già in sfacelo. In effetti, nel 1950 la scuola maggiore chiude i battenti; tre anni più tardi, sul «Giornale del Popolo», si poteva leggere: «… i Comuni interessati o per cattiva volontà o spaventati dall’onere finanziario ritenuto sproporzionato all’utile proprio, o per l’una e l’altra insieme, lasciarono che il fabbricato si riducesse a non poter più ospitare neppure la piccola scuola del villaggio… cent’anni sono troppo pochi perché si possa rassegnarsi a morire. Sì, perché con la scuola maggiore di Curio, muore qualcosa di noi.». Nel 1959, sull’ «Almanacco malcantonese e della Valle del Vedeggio», se ne riparla:«… la scuola maggiore di Curio però rimarrà ancora decenni a gridare dalle sue infrollite mura l’ignavia degli uomini…». Finalmente, il 10 settembre 1964 «i convenuti sono tutti d’accordo affinché lo stabile sia riattato e adibito a favore di quegli enti culturali, economici e sociali che sostengono le tradizioni e gli interessi malcantonesi». L’ ottocentesca palazzina ha così trovato nell’Ente turistico malcantonese chi l’ha salvata da ingloriosa fine e dal 1985 è diventata sede del Museo del Malcantone.

Museo scolastico

Organizzato da suor Leonilla Cattori, docente della scuola femminile.

Scuola serale

Istituita nel 1857 e diretta dal parroco don Giovanni Guerino Greco, può essere considerata l’ antenata dei corsi per adulti. Una trentina gli iscritti con un’età variante fra i 15 e 50 anni. Le lezioni si tenevano dall’ 11 novembre al 20 febbraio per 3 ore serali, durante i giorni non festivi. Il programma prevedeva: «Lettura a sillabazione ed a senso; esercizio nelle quattro operazioni di aritmetica, semplici e con frazioni, con speciali applicazioni alle arti comuni fra noi, e nella calligrafia…».

Fondo scolastico

Permetteva la fornitura gratuita del materiale agli scolari delle scuole elementari. Fu istituito dal parroco don Carlo Visconti, con testamento olografo del 17 gennaio 1844. Disponeva di un capitale iniziale di 3000 Lire cantonali. La dote raggiunse la non indifferente somma di fr. 30.000, mediante la capitalizzazione degli interessi e degli avanzi annuali della gestione comunale. L’amministrazione comunale attinse in seguito da questo fondo cospicuo i mezzi per coprire spese destinate ad opere pubbliche, quali strade, innalzamento del portico, fontana, asilo, ecc.

Latteria sociale

È la prima ad essere fondata nel Cantone Ticino, su iniziativa del parroco don Carlo Zanotti, nel 1885 quale associazione di proprietari di mucche dei Comuni di Curio e Bedigliora con le relative frazioni sotto la denominazione «Latteria sociale di Curia e Bedigliora». Sede in località Rozzolo, sotto l’attuale Grotto Bivio; primo casaro Giuseppe Croci, onorato con il titolo «re dei casari ticinesi”. L’esempio fece scuola poiché più tardi si costituirono altre latterie ad Astano, Novaggio-Bedigliora (Selvatica), Sessa, Bedano, ecc. Nel 1890, visto il buon funzionamento e siccome i locali erano in affitto, si decide di costruire uno stabile nuovo in proprio. Nel 1952 è deciso lo scioglimento della società con la vendita dello stabile. Attualmente, il fabbricato è di proprietà di Osvaldo Guglielmoni, titolare di un’ azienda agricola con una quindicina di mucche, maiali e bestiame minuto.

Condotta ostetrica

Fondata il 1. gennaio 1872 dal dottor Pietro Avanzini. L’anno seguente; nel 1873, verrà inaugurato il primo ufficio telegrafico del Malcantone.

Cassa dei… cavalli

Nata per iniziativa del dott. Pietro Avanzini, che vi partecipa con un capitale di fr. 340, l’istituzione comincia – a partire dal 1855 – a fornire agli emigranti abituali del villaggio, «contro tenue retribuzione», il denaro necessario al viaggio che comunemente si chiamava «il cavallo».

La Farmacia sociale

Costituita il 19 marzo 1888 (per merito dell’avv. Giuseppe Avanzini) con un capitale di 6.000 franchi in 24 azioni nominative di fr. 250 ciascuna ed azionisti ripartiti nei Comuni di Curio, Monteggio, Mugena, Novaggio, Sessa, Pura, Bedigliora, Castelrotto, Breno, Neggio ed Astano. L’apertura ufficiale è il 1. luglio 1888. L’esperienza si conclude, dopo notevoli difficoltà economiche, nel maggio 1909.

Società di mutuo soccorso e Cassa malati

La Società cattolica malcantonese di mutuo soccorso è fondata nel 1896 da don Giuseppe Feregutti con l’intento di essere «nello stesso tempo carità e risparmi, soccorso e redenzione, indipendenza e solidarietà». Per le mutate circostanze, dopo un buon funzionamento, è sciolta nel 1952 unitamente alla Cassa malati ad essa aggregata. Istituzioni mosse da un profondo senso di umanità e di altruismo.

Diversi Legati

Nubende povere: fondato dal sacerdote don Giuseppe Pedrotta verso il 1870 a favore delle ragazze povere, che passavano a matrimonio. Poveri vecchi: fondato nel 1912 dal capitano Carlo Andina a favore dei vecchi. L’interesse di questo legato doveva essere distribuito la vigilia di Natale in parti uguali ai vecchi più bisognosi e poveri del Comune, qualunque fosse il loro numero. Poveri infermi: istituito in due periodi diversi da Giovanni Antonio Visconti nel 1875 e da Angelo Andina fu Pietro nel 1888. Chierici poveri: fondato dal dott. Pietro Avanzini nel 1891 per favorire le vocazioni allo stato ecclesiastico sia regolare che secolare» con un capitate iniziale di fr. 5.000, aumentato più tardi di altri fr. 500 donati da Carolina Andina.

Anche una banca

Curio ospitò, per molti anni (dal 1920 al 1945 circa), una rappresentanza della Banca Popolare di Lugano, diretta da Battista Corti.

L’acqua potabile

Nella convenzione sottoscritta dall’Assemblea comunale di Curio e da Giuseppe Avanzini, nel 1803, si legge fra altro: «…Il signor Avanzini s’obbliga far venire l’acqua sotto li Orti di Pietro Banchini, proveniente dalla Fontana ove nasce, e, condurla coperta con canale di pietra, di legno o di cotti, o come ecc., fino in faccia o dirimpetto al portico di campagna nell’istesso luogo ove esisteva altra volta la fontana. Qve partirà l’acqua da condursi come sopra si formerà una nicchia della larghezza di quattro braccia circa e della lunghezza di circa due braccia entro il muro del Banchini ecc. Sarà formata una fontana da rinchiudersi a cotti, o con pietra, informa che rinchiuda l’acqua a beneficio della Comune di Curio, nonché per la S. C. Bestie Bovine…». La fontana fu l’unica a servire il paese fino al 1908.

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3.

Cittadini benemeriti ed emigranti

Anche questo paese, come d’altronde un po’ tutti i villaggi del Malcantone, ha conosciuto a lungo, e in maniera drammatica, il fenomeno dell’emigrazione. Per secoli interi. Nell’Ottocento, in particolare, si registra un’autentica emorragia demografica. A centinaia lasciano l’agricoltura per andare soprattutto in Italia, Francia, Algeria e nella Svizzera interna ad esercitare il mestiere del fornaciaio: è il caso di famiglie intere, come gli Andina, gli Avanzini, i Poncini, i Visconti, i Corti, ecc. Documenti dell’epoca raccontano di questa professione, abbastanza comune e fonte di benessere, al punto da arricchire diverse famiglie che diventano così proprietarie di ditte prosperose: gli Avanzini fu Costantino ad Einsiedeln, i Morandi fu Leonardo a Corcelles, ad Albens i Poncini, a Brignano Curone gli Avanzini fu Pio, nel Padovano e negli Abruzzi i Morandi fu Eugenio, nel Bergamasco i Valsangiacomo, nel Parmigiano gli Andina fu Michele, nel Bolognese gli Andina fu Pietro, nella regione di Genova gli Andina fu Guglielmo e i Notari fu Matteo. Curiesi, come tanti altri malcantonesi, impegnati a fare gli imbianchini, i decoratori, i camerieri, i gessatori, i muratori e – specialmente – i fornaciai.

Ma questa emigrazione aveva dietro di sé, come detto, secoli di fatiche e di stenti, lontani da casa per periodi più o meno lunghi. Difatti, come si legge nelle dense ed interessanti pagine di don Leonardo Tami ("Via par mond" e "L’emigrazione malcantonese"), sono molti quelli di Curio, che – con il loro lavoro e anche il loro talento – hanno offerto un contributo spesso prezioso e comunque significativo anche dal profilo artistico. Fra i molti si fanno vari nomi. Nel redigere questo elenco (certamente incompleto ma comunque ampio e indubbiamente emblematico) abbiamo fatto ricorso a parecchie fonti, soprattutto al libro «Curio e Bombinasco dagli albori» di Ernesto W. Alther e Ermanno Medici, che in proposito è assai prodigo di informazioni (con decine e decine di dense, significative pagine), nonché a «Le maestranze artistiche malcantonesi in Russia dal XVII al XX secolo» (Octavo Franco Cantini editore, 1994, a cura del Museo del Malcantone).

Andina Carlo. Capitano. Cavaliere d’Italia, fondatore del Legato dei vecchi e benefattore dell’asilo infantile. Coprì anche la carica di vice-presidente della Banca di Parma. Per quanto riguarda sempre questo casato, citiamo la maestra Emilia Andina vissuta tra il 1892 e il 1989 (vedi testo a parte), il pittore Claudio Andina (1843-1925), il liutaio e violinista Francesco Andina, il flautista Ottorino Andinadell’Orchestra di Winterthur e della Tonhalle di Zurigo.

Avanzini Federico. Detto «Bareta», scultore. Dopo la morte della madre il suo tutore lo affidò, nell’aprile 1528, a Giovanni Antonio Avanzini, figlio di Martino, perché lo istruisse nell’arte dello scalpello. Il contratto di tirocinio fu concluso per la durata di 4 anni. A quel tempo l’ apprendista non era ancora quattordicenne.

Avanzini Giovanni Antonio. Figlio di Martino q. Michele, scultore. Nel 1528 si impegnò contrattualmente ad insegnare la scultura al giovane Federico Avanzini, tenendolo con sé per quattro anni.

Avanzini Giovanni Pietro. Scultore, figlio di Antonio. Nel 1520 si recò in Toscana, dopo aver concluso un contratto di lavoro con Giacomo Beloto, pure di Curio, mediante il quale si obbligava a lavorare per lui in Toscana durante tre anni e mezzo.

Avanzini Giuseppe. Nato a Curio il 5 maggio 1754, emigrò in America forse già prima del 1780. Nel 1790 lo troviamo a Potosì, in Bolivia, in qualità di medico e chirurgo di un battaglione spagnolo. Trasferitosi ad Arequipa, in Perù, si distinse per lo zelo e la dedizione, ma poi osteggiato da medici locali – nel 1803 fece ritorno in patria, morendo nel 1814 e lasciando cinque figli.

Avanzini Pietro Antonio, fratello di Giuseppe, nato nel 1756, commerciante di pelli e di mobili a Buenos Aires. Morì, probabilmente, nel 1809 sull’isola S. Croce di Tenerife.

Avanzini Pietro. Dottore. Nato il 26 giugno 1807. Studi nel collegio Gallio di Corno e laurea in medicina nell’ ateneo pavese. Visse beneficando. Contribuì alla fondazione del Collegio S. Giuseppe a Locarno, istituto che ebbe – ai suoi tempi – notevole fama. La scuola maggiore di Curio fu in buona parte dovuta alla sua iniziativa e alla sua generosità. Sostenitore convinto della stampa conservatrice, nel 1888 accettò la carica di deputato al Gran Consiglio, morendo il 23 febbraio 1891 dopo essere stato guida dell’ amministrazione comunale per oltre cinquant’ anni. I vescovi ticinesi si tramandano, come perpetuo omaggio, una magnifica tabacchiera d’oro massiccio finemente cesellata che il dott. Pietro Avanzini consegnò a mons. Eugenio Lachat, piena di sterline fiammanti, l’indomani della sua presa in possesso della diocesi di Lugano.

Avanzini Achille (1843-1890). Nato a Bombinasco, la madre era una Trezzini di Astano. Laureato in lettere a Torino. Insegnante al ginnasio di Mendrisio, direttore dei corsi cantonali di metodo dal 1869 al 1872 e, nel 1873, direttore della nuova Scuola normale di Pollegio. Nel 1877 trasferito al Liceo. Scrisse la memoria «Francesco Soave e la sua scuola» (1881), premiato con una medaglia d’oro dall’ Associazione pedagogica italiana. Per le sue idee politiche venne licenziato nel 1889. Morì ad Astano nel 1890.

In tempi a noi più recenti, è importante segnalare soprattutto

Avanzini Pietro, nato nel 1889 (dall’avv. Giuseppe, figlio del dr. Pietro e Mascinka Visconti, e da Antonietta Visconti, figlia del dr. Carlo e Caterina Paleari) e deceduto nel 1973 sulla strada, a pochi chilometri da Firenze, in seguito ad un incidente stradale per una caduta dalla «Vespa». I funerali si svolsero il 4 luglio 1973 e il testamento disponeva: «la mia casa col suo contenuto e la mia proprietà fondiaria è lasciata al Comune di Curio». In effetti, non si può parlare del Comune di Curio senza ricordare questa grande figura di filantropo e benefattore del paese, grazie non da ultimo all’agiatezza di cui disponeva, avendo una fornace a Montesilvano, negli Abruzzi. Pietro Avanzini è però anche da ricordare – oltre che sportivo, soprattutto in competizioni ciclistiche, con parecchie vittorie in Toscana, senza comunque dimenticare le sue prestazioni nel nuoto, come podista e aviatore – non soltanto come intellettuale (studi di filosofia all’Università di Friborgo) ma pure come artista, avendo frequentato l’Accademia d’arte a Firenze ed essendo venuto a contatto (nel famoso «Caffé delle giubbe rosse») con Marinetti, Boccioni, Soffici e Carrà, nonché scrittori come Campana, Prezzolini e Papini. Quando faceva ritorno a Curio, amava ritrarre soprattutto la gente, immortalando a carboncino sul foglio o a olio sulla tela volti appartenenti per lo più al mondo rurale al quale si sentiva molto legato. I suoi ritratti, fra i quali figurano anche alcuni autoritratti, sono caratterizzati da tratti delicati ed essenziali, che riescono anche a delineare il carattere e lo stato d’animo dei soggetti, o quantomeno a farli intuire sottintendendo nell’artista anche una ricerca psicologica e di contenuto oltre che di pura forma.

Beloto Giacomo. Figlio di Giovanni qd. Martinolo; scultore. Nel 1920 stipulò con il maestro Giovanni Pietro Avanzini un contratto mediante il quale si obbligava di lavorare per lui in Toscana, durante tre anni e mezzo.

Cittadino onorario di Curio è l’olandese Bernardo Bielders, marito di Giuditta Bielders nata Visconti. I coniugi Bielders-Visconti sono ricordati come benefattori dell’ asilo infantile.

Nella piccola terra di Bombinasco ebbe i natali lo scultore Eugenio Morandi, che visse lungo tempo a Ginevra e nelle principali città della Francia, collaborando segnatamente all’ erezione del monumento al duca di Brunswick. Morì nel 1891. A proposito di Morandi, occorre segnalare Léonard René Morandi (nella foto), nato nel 1914, figlio di Giovanni Costantino (1877-1933), premiato dall’ Accademia di architettura di Lione nel 1942; fondatore e presidente del Lion Club di Parigi-sud nel 1958; dal 1942 architetto urbanista a Parigi, partecipa alla ricostruzione della devastata Normandia; ha lavorato intensamente anche a Casablanca e ha edificato parecchi complessi residenziali a Parigi.

Il casato Notari

Grande importanza ha avuto, in questo Comune, anche il casato Notari, famiglia probabilmente proveniente dalla Castellanza di Sonvico, dove è menzionata fin dal XII e XIII secolo, ma figurante a Curio già nel 1600.

Don lacopo del Notaro fece parte del Capitolo collegiale di Agno ed è citato in documenti del 1312.

Durante la visita (1511) di mons. Ninguarda, vescovo di Corno, Antonio Del Notaro è parroco di Sessa.

Notaro Antonio. Nel 1612 fece parte, quale mastro stuccatore, della Compagnia di S. Anna a Torino, operando nel palazzo reale di quella città.

Notari Francisco (del Notaro). Con una maestranza di Curio attese alle fortificazioni di Rostov e nel 1672 eseguì i piani per la fortezza di S. Vladimiro.

Notari Antonio. Mastro costruttore, lavorò alle dipendenze di Domenico Trezzini a S. Pietroburgo nel XVIII secolo.

Notari Emilio. Membro del Gran Consiglio ticinese dal 1803 al 1817, salvo breve interruzione.

Notari Giovanni. Partecipò alla campagna di Russia del 1812 quale sergente del primo Reggimento svizzero al servizio di Napoleone.

Pedrotta Domenico (1731-1813). Architetto. Nel 1779 costruiva le chiese parrocchiali di Bubbio e di Cessole, in provincia di Alessandria.

Visconti Alessandro. Militò nell’ esercito russo prendendo parte alla campagna del Caucaso dal 1857 al 1859 come ufficiale dei Dragoni, meritandosi una medaglia d’argento e una croce al merito. L’imperatore Alessandro III lo nominò commendatore dell’Ordine di S. Anna e lo promosse a generale di brigata, ma la malattia lo condusse alla tomba nell’ancor giovane età di 49 anni.

Visconti Eugenio, figlio del sopracitato Alessandro, fu ammesso – in qualità di segretario – al Ministero degli affari esteri e dallo stesso Ministero fu inviato con importanti incarichi alle diverse ambasciate russe presso le Corti di Berlino, Vienna, Roma, Parigi e Londra. Fu decorato di vari Ordini cavallereschi.

Visconti Giovanni. Architetto e impresario valente. Ad Acqui, nel Monferrato, lasciò egregi lavori di arte. Morì, centenario, il 28 novembre 1875.

Visconti Placido (1754-1800). Architetto, nel 1784 anch’egli emigrante in Russia, a Gàtcina e a Pavlowsk, ha incarichi per nuove costruzioni. Nel 1794, in collaborazione con i figli Daniele e Domenico e con il nipote Santino, erige caserme, monumenti e ponti. Poi nel 1800 ritorna in patria con il figlio Pietro, che emigrò di nuovo in Russia nel 1801.

Visconti Davide Daniele. Architetto, si recò in Russia nel 1787 e trovò subito occupazione nella costruzione dei palazzi imperiali. Nel 1804 fece parte del Comitato per la costruzione della Borsa di S. Pietroburgo. Per questi ed altri importanti lavori, per volontà dell’ imperatore Alessandro I, fu insignito degli Ordini cavallereschi di S. Anna e di S. Vladimiro. In seguito, nel 1837, dall’imperatore Nicola I fu elevato con i suoi discendenti alla nobiltà dell’Impero russo. Proprietario di alcuni palazzi nella città di S. Pietroburgo, morì nel 1838.

Visconti Pietro Santo. Architetto, emigrò in Russia nel 1784. Esperto disegnatore, con il figlio Carlo-Domenico eseguì – per ordine dell’imperatore Paolo I – diversi edifici a Gàtcina e a Pavlowsk. Inoltre, costruì in altre città dell’impero moscovita – per incarico di privati – ponti, monumenti e fabbriche sontuose. Il ponte, innalzato nel parco di Pavlowsk, porta tuttora il nome di «ponte Visconti» (a proposito di ponti, anche in Piana Crixia, in valle Bormida, in Liguria, vi è un altro «ponte Visconti» ma di un altro costruttore di questo casato). Nel 1797, sempre con il figlio Carlo-Domenico, costruì a Gàtcina sei grandi caserme, denominate di Ingenburg. Per questi ed altri importanti lavori dall’imperatrice Caterina ricevette sontuosi regali.

Visconti Placido. Nipote del precedente, nacque a Curio nel 1827. Fu architetto, geometra e disegnatore valente. Eseguì molti lavori ferroviari sia in patria che all’estero. Amante della quiete, tornò al paese natio e ivi insegnò disegno nella Scuola maggiore per oltre un ventennio. Morì nel marzo 1900.

Visconti Alessandro. Figlio di Davide, entrò al servizio della Camera di finanza e del Ministero degli affari esteri. Ammesso alla Corte imperiale russa quale dignitario. In occasione del matrimonio del granduca ereditario Alessandro, ricevette in regalo un anello con diamanti del valore di 500 rubli e una tabacchiera del valore di 600 rubli. Dopo un servizio inappuntabile come consigliere di Corte, fu inviato a Parigi quale corriere incaricato per importanti messaggi e quindi promosso a commendatore dell’Ordine imperiale di S. Anna.

Visconti Carlo, dottore, studiò all’Università di Pisa. Fu medico di condotta a Stabio, in Vallemaggia e nel Malcantone. Amò il proprio paese ed ebbe fama di scrittore arguto.

Visconti Giovanni, fu ingegnere di circondario. A lui si devono gli studi di una ferrovia Stabio-Mendrisio, del primo progetto di funicolare della Madonna del Sasso e dell’impianto idroelettrico di Grindenwald. Morì nel 1903 appena quarantenne.

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“Vicinanza” e “Castellanza”

«Vicinanza» e «Castellanza» sono termini assai frequenti nella storia di Curio e dei Comuni vicini. Schematizzando al massimo, si può osservare che i territori fra Novaggio, Cùrio e Bedigliora manifestano stretti rapporti, avendo alpi e selve in comune fino ad almeno il secolo XlV. Sul periodo di organizzazione della Vicinanza di Curio non si hanno notizie esatte, ma alcune date ci riportano comunque al Basso Medioevo. D’altra parte, l’unione di Novaggio, Curio, Banco e Bedigliora – menzionata già verso la fine del 1200 e ancora, a più riprese, dal XIII al XVIII secolo – dava origine alla Castellanza, ossia un patriziato generale, giuridicamente posto nello Stato di Corno, poi nel ducato di Milano, quindi sotto il dominio dei dodici Cantoni svizzeri, avendo soprattutto boschi comuni. Una comunità che godette di una certa autonomia, ma che era anche fonte di litigi tra le varie Vicinanze, con controversie che si protrassero per secoli. Basti citare qui gli episodi che riguardano il Monte Mondini: a più riprese, si scontrano le varie Vicinanze, per boschi, confini, pascoli, ecc. Ancora nel 1845, davanti al giudice di pace, si trovano i delegati di Pura, Curio e Bedigliora per risolvere la questione inerente una multa inflitta da Pura a privati di Curio per punirli di un pascolo abusivo di sette bovine sui Mondini…

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Ma esisteva un castello?

«Tra i manieri o castelli della valle della Magliasina, uno potrebbe essere individuato in una antica costruzione già situata sotto il paese di Curio, su di uno sperone che s’allunga verso l’avvallamento della Magliasina chiamata “castello”, forse identificata nei documenti con “in castellatio”». Così Enrico Maspoli in «I castelli malcantonesi» su «Rivista storica ticinese» 13,289 (1940). Anche Emilio Clemente (in «Castelli e torri della Svizzera italiana», Arti Grafiche Salvioni & Co SA, Bellinzona, 1974) ne fa cenno, annotando che «v’è memoria di un castello a Curio, ma nessun collegamento storico». E soggiunge: «A Curio è chiamata” castello” un’antica casa posta quasi all’estremità del paese verso l’avvallamento della Magliasina. Potrebbe essere un edificio innalzato sulle basi di un’antica torre. Nei documenti si parla di una località “in castellatio”; non sappiamo però se si identifichi con quella dove sorgeva la casa detta “castello”». Anche nel libro di Ernesto W. Alther e Ermanno Medici su «Curio e Bombinasco dagli albori» ci si dilunga, nelle prime pagine, sulle orme degli antichi manieri rilevando fra altro: «Non è escluso che il castello di un tempo alla confluenza del fiume Lisora con i riali Proda e Vai Grande, sia stato il “castrum” della Castellanza (Novaggio, Curio, Banco e Bedigliora). I ruderi si trovano nel territorio dell’attuale Comune di Curio, al limite sud della frazione di Bombinasco». E più oltre ancora: «L’insieme della costruzione (mappa Bombinasco p. 23) dimostra che il castello alla confluenza potrebbe essere anteriore alla conquista romana. Esso viene ipotizzato “come un granaio ove gli abitanti incastellavano le ultime risorse, al sicuro dalle razzie e dai saccheggi”. A dar credibilità a tale supposizione ci si appella ad una tradizione orale, che certifica l’esistenza del mulino sottostante da più di un millennio».

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Tracce di un antico idioma

Un professore universitario, Ernesto W. Alther, e il parroco di Curio don Ermanno Medici hanno fatto approfondite ricerche e scritto libri sulla storia di Curio, riportando nei loro testi molti toponimi risalenti fin oltre il 1600. Fra questi – osserva Giambattista Corti – si possono individuare parole «senza senso» derivanti da una lingua con analogie con il greco. Per esempio, un appezzamento è diviso tra due nomi: Bruciate e Pirocche, ed una minuscola fonte, si chiamava «funtanìn d’oli» che potrebbe derivare da oligo per la sua perenne scarsezza. Ciò che tuttavia può sembrare più strano, osserva sempre lo studioso locale, è che alla fine del 1600 la parola oro si usava ancora per dire monticello, anche se corredata di volta in volta dal nuovo nome nel nuovo idioma per distinguere le varie prominenze. Vi era Oroco – oggi Motto della Rosa – nel 1695, Oro di Carboniscia nel 1705 e nel 1747 Orcimano, detto in seguito solo Cimano, come effettivamente si presenta questo monticello, che – se fosse stato registrato in un’ epoca diversa – avrebbe potuto anche chiamarsi «collinetta d’Oro». Oros, in greco antico, significava monte. Chissà che lingua sarà mai stata!

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Le mineralizzazioni nella regione

La complicata situazione geologica del Malcantone – si legge in «Minaria Helvetica. Attività minerarie e siderurgiche del passato in Ticino: la Valle Morobbia e il Malcantone» della Società svizzera di storia delle miniere, 19b/1999, a cura di Elio Steiger e Paolo Oppizzi – «è caratterizzata, nella zona settentrionale, da una complessa tettonica plicativa con assi subverticali (” Schlingen”) e in quella meridionale da una tettonica duttile con numerose interdigitazioni litologiche e strutture plicative, successivamente rimaneggiate da faglie e zone di spinta. I sistemi fragili principali del Malcantone sono orientati N-S fino a NE-SW, con piani molto inclinati a subverticali. Il sovrascorrimento di Arosio-Mugena mette in contatto, lungo una fascia di spinta relativamente estesa e poco inclinata verso N, sedimenti non metamorfizzati di età permiana e vulcaniti o sedimenti silicizzati, con le rocce dello zoccolo pre-varisico in facies anfibolitica. Le mineralizzazioni a solfuri del basamento malcantonese, legate ai sistemi fragili di età tardo-palezoica-alpina, si differenziano in tre zone principali in relazione alle loro paragenesi (Koppel, 1966). Nella zona più interna sono presenti solfuri di antimonio (tetraedrite, jamesonite, antimonite, antimonio, gudmunite, bournonite, miargirite e pirargirite) associati a galena, sfalerite, calcopirite e oro. Occasionalmente compaiono grandi quantità di barite (Novaggio-Miglieglia-Aranno-Ponte Aranno-Curio). Questa zona confina, a nord, sud e ovest, con una fascia mineralizzata a pirite, arsenopirite, pirrotina, calcopirite. Nella zona più esterna sono presenti giacimenti di ferro, arsenico e rame con presenza occasionale di sfalerite e galena (Monte Mondini, Astano, Lema, Torri). L’oro compare associato a pirite, arsenopirite e calcopirite (Breno), a sfalerite e galena (Astano), in filoni a ganga jluoritica (Miglieglia) e nelle zone ricche in antimonite». Sopra, riassunto dei principali dati minerari esistenti (da «Minaria Helvetica», 19b/1999).

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Tre tombe antiche a Bombinasco

Nel giugno 1938, durante lavori per la correzione della strada cantonale che dalla frazione di Bombinasco porta ad Astano, precisamente in località «Froda», a ovest del nucleo e poco oltre il «Preventorio», vennero alla luce tre tombe romane: due a cremazione e una ad inumazione. «Il posto del ritrovamento è un breve piano formante un campo, largo 6 m e lungo circa 20, giacente ai piedi di un ronco, il quale si inerpica alla sinistra del vallone dove precipita la cascata della Froda», annotava Virgilio Chiesa in Rivista Storica Ticinese del 1938 (cfr. archivio dell’Ufficio cantonale dei beni culturali, Servizio archeologico), rammaricandosi che gli inesperti scavatori non abbiano agito con la dovuta precauzione. Sembra che la tomba ad inumazione fosse costituita da lastroni con un lastrone pure come copertura delle dimensioni di 2 m x 0.30 m: la tomba conteneva un vaso di terracotta di colore nero in buono stato di conservazione, un piatto frammentato di argilla rossa, una piccola ciotola pure di colore rosso, un frammento della base di un altro piatto e un frammento di un vaso con decorazione a specchi assieme ad un frammento di un vaso con decorazione a spina di pesce. La prima cremazione conteneva un laveggio troncoconico, una lama di falcetto e i frammenti di una bacinella di colore rosso assieme ad un frammento di un altro vaso con orlo e decorazione incisa lineare. Nella seconda tomba a cremazione vennero portati alla luce: un laveggio del tutto simile a quello trovato nella prima cremazione (anche se più piccolo) con un vaso di terracotta poi andato in frantumi. Sembra inoltre che nella terra asportata vennero pure ritrovati una cuspide di una lancia in ferro e un coltello in ferro con infissi nel codolo due chiodi per trattenere il manico di legno. Sembrerebbero ritrovamenti romani e sugli stessi riferiscono vari autori, come A. Crivelli nell’ «Atlante preistorico e storico della Svizzera italiana» (1943, Edizioni dello Stato, Bellinzona); JBSGU (1938); Rivista archeologica dell’antica Provincia e Diocesi di Corno (1940,123-124).

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La peschiera lungo il fiume Tresa

Nei rogiti Avanzini di Curio si trova menzionata, in un atto d’affitto del 1436, la peschiera della Tresa. Il notaio Giorgio Avanzini di Curio rogava, in quell’anno, l’investitura di una masseria ad un certo de Stefano di Miglieglia, abitante a Barico, di proprietà di un Albis (Bianchi) di Sessa. Nell’atto scrive: tutto il podere salvo il prato della peschiera con l’annessa peschiera che si trova sotto quella dell’Arcivescovo di Milano.

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Quando fiorivano i… mulini

Parecchi, certamente, i mulini esistenti nel territorio comunale. A mo’ di esempio, poiché l’argomento richiederebbe spazio ben maggiore, citiamo che nella valle Molgé una porzione di terreno, con i ruderi di un piccolo fabbricato, è chiamata «al’ Maglio». Fra i mulini se ne citano, in particolare, due: uno nella valle Magliasina e l’ altro nella valle di Bombinasco sul fiume Lisora. Per Curio la più vecchia notizia è nel catasto comunale del 1695, ove si legge che «prete Matteo Baldi possedeva una porzione del molino Baldi diroccato»; l’ubicazione era sul fiume Magliasina. Con ogni probabilità, nell’Ottocento è stato ricostruito dai Gerosa, tornando ad essere in perfetta attività, ma poi un’ alluvione (nel maggio 1869) lo pone fuori uso, inducendo a costruire un nuovo stabile «vicino al ponte del ruscello detto Molgé». Negli anni Cinquanta del secolo scorso, è cessata l’attività e attualmente l’immobile è adibito a casa d’abitazione. Anche Bombinasco aveva il suo mulino all’estremo sud del territorio. Si legge nel libro su «Curio e Bombinasco dagli albori»: «Diversi gli abitati cui doveva servire e tra questi Astano con il Monastero degli Umiliati. Se vogliamo tener per buona una certa dipendenza del mulino dalla famiglia religiosa che si stabilì nel Malcantone nel secolo XIII, possiamo anche dar credito alla voce popolare che fa risalire la presenza del mugnaio in quel di Bombinasco a molti secoli addietro».

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A proposito di strade

Fra la ricca documentazione sul Comune spiccano alcuni dati relativi ad opere viarie. Ad esempio, ricorrendo a debiti nel 1891 è stata costruita la nuova strada Curio-Pura; sempre con i debiti la strada Rozzolo-Novaggio nel 1896 e la strada agricola Piazzano. Da segnalare che la strada vecchia della Magliasina esisteva già dal 1829; quella di Molino fra Curio e Bedigliora sin nel 1820, mentre la strada Curio-Banco sarà una realtà nel 1873. In quell’anno venne pure impiantato l’ufficio telegrafico nel Malcantone, soppresso poi nel 1925. A proposito delle pratiche per l’impianto del telegrafo, le procedure erano state avviate nel 1872 con il dr. Pietro Avanzini che, a capo dell’impresa, raccolse i consensi e il denaro; qualora le obbligazioni sottoscritte non fossero bastate, egli si impegnava per il mancante, e cioè fornitura dei pali, un contributo annuo di fr. 100 per l’affitto del locale e l’eventuale aumento d’onorario del telegrafista, e ciò per dieci anni. Il primo gennaio dello stesso 1872 aveva cominciato a funzionare la Condotta ostetrica.

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Per l’acqua fervore di realizzazioni

La popolazione di Curio fino al 1803 si approvvigionava d’acqua pescata nei pozzi sparsi in diversi luoghi del paese (taluni di questi pozzi, da tempo murati, sono tuttora visibili nella parete di sostegno delle proprietà comunale e parrocchiale in zona «Chiesa». Nel 1803 il dottor Giuseppe Avanzini di Curio fece costruire, a suo carico, una fontana sita nei sottostanti orti e confinante con la piazza, nel centro del villaggio. L’acqua potabile, che tuttora alimenta questa fontana, venne captata in zona detta «Fontana», sita ai piedi del promontorio «Gheggio», al confine con Novaggio. La struttura dell’ attuale fontana – con una testa di lupo, emblema del paese e che dalla bocca eroga l’acqua – con due belle vasche laterali porta la data del 1885. Nel 1908 si procedette alla captazione dell’ acqua potabile alle sorgenti site sul monte Mondini, in zona detta «Valle», e l’acqua scende e sale nel serbatoio sito in zona «Pianei» sopra il paese. Essendo la sorgente della «Valle» non più sufficiente a soddisfare le necessità degli utenti, nel 1937 si procedette alla captazione della sorgente, sita in località «Costa»: l’acqua, a mezzo pompa, viene mandata al serbatoio situato sopra il paese, in zona denominata «Gradiscetta». A seguito però della scarsità d’acqua potabile, nel 1971 si aderì al Consorzio acquedotto Alta Magliasina (con sede a Cademario), che eroga l’acqua a ben 9 Comuni dell’ Alto Malcantone. Le sorgenti sono captate sul monte Gradiccioli. L’acqua distribuita a Curio proviene dal serbatoio sito sul monte Cervello (situato sopra il paese di Aranno), scende la valle, attraversa il fiume Magliasina e sale sino al serbatoio situato sul Gheggio. Allo scopo di garantire anche nel prossimo futuro l’erogazione di acqua potabile, nel 1992 si è deciso di aderire al Consorzio intercomunale delle Gerre a Croglio. La quota di spesa spettànte a Curio per la costruzione dei manufatti è risultata assai onerosa per l’Azienda comunale di acqua potabile, avendo superato la somma di un milione di franchi. L’acqua viene captata nel sottosuolo, nei prati siti vicino al fiume Tresa, in zona Madonna del Piano, e pompata nei serbatoi di Castelrotto, Bedigliora e Curio. Il serbatoio situato in cima al Gheggio alimenta le reti di distribuzione a Curio e a Novaggio. Con quest’ultima realizzazione non si dovrebbero più avere problemi di approvvigionamento d’acqua almeno fino al 2050.

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Il primo impianto di depurazione

Va sottolineato che all’inizio degli anni Settanta, subito dopo l’adesione al Consorzio acquedotto intercomunale Alta Magliasina, si è posto mano in paese al rifacimento completo della rete di acqua potabile e della rete fognaria con costruzione di una camera di decantazione in zona «sasso». Nel contempo, è avvenuta (1971) la costituzione del Consorzio depurazione acque Curio-Novaggio e, negli anni successivi, sono stati posati i collettori principali con terminali in zona «Camana» ed è stata costruita la stazione di depurazione. L’impianto è entrato in funzione nell’ autunno 1985 e si è trattato della prima infrastruttura del genere nell’intero Malcantone. Attualmente, come noto, è allo studio un impianto di depurazione per tutti i Comuni dell’ Alto Malcantone. Se, come ci si augura, il depuratore sarà realizzato, l’impianto IDA di Curio-Novaggio sarà eliminato, anche perché è carico d’anni e non offre più quelle garanzie che si richiedono oggi per la protezione ambientale.

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Il bandito di Curio

Ecco alcuni stralci di quanto Mario Alberti ha scritto su «Il Malcantone» del dicembre 1954. «Ho avuto la fortuna di ritrovare i dati e il testo dell’inchiesta relativa ad un grave fatto di sangue, avvenuto duecento anni or sono nella nostra regione, e che mi hanno permesso la fedele ricostruzione dei fatti. Oggi, nella tradizione popolare non resta che il ricordo del rancore tra i “Lupi” di Curio e i “Chiodi” di Bedigliora. Molto probabilmente l’odio e l’invidia furono i moventi di quella tragedia notturna. Già nel lontano 1754 a Curia si festeggiava la terza domenica di gennaio; l’affluenza di gente dai paesi circonvicini era considerevole, si tenevano solenni cerimonie religiose e nelle osterie si beveva, si cantava e si suonava. AI tramonto, un tafferuglio scoppiava sulla piazzetta del villaggio. Protagonista era un certo Giovanni Antonio Amadò di Bedigliora, che avendo appena lasciato l’osteria di Francesco Andina, veniva attorniato dai giovanotti di Curio e minacciato anche con una pistola. A calmare la gazzarra era intervenuto un certo “Barbis” di Novaggio (Giuseppe Del Menico), il quale, credendo che si molestasse un suo fratello, interveniva a catapulta dando la possibilità all’Amadò di svignarsela. I giovanotti di Curio «l’avevano» con quelli di Bedigliora, dichiarerà poi il Barbis. La festa si prolungò come al solito durante la notte; i “chiodi” rientrarono alla spicciolata alle loro case, chi a gruppi, chi da soli, chi con la compagna del cuore. Giovanni Antonio Amadò, fiutando odor di polvere, preferì accompagnare un amico a Novaggio per poi scendere direttamente a Banco, indi a Bedigliora. Verso le ventitre si avviò verso casa Giuseppe Righini, il quale essendo un po’ alticcio venne accompagnato fino al mulino da un certo Lorenzetti di Banco. Di lì proseguì solitario fino a Feredino, dove venne raggiunto da Teresa e Bernardo Ferrari. Il Bernardo aiutava il Righini nell’erta salita, mentre la Teresa li precedeva ben distanziata; appena passata la chiesa di S. Salvatore, e più precisamente nel luogo detto la Crocetta (ora asilo), i Bediglioresi si imbattevano in due sconosciuti coi quali si scambiarono la buona notte; il Righini (alticcio) volle sapere il perché della loro presenza; i due, seccati, risposero che erano venuti a vedere se le porte di Bedigliora erano chiuse. Il Righini, offeso, intimava di rientrare al loro domicilio; ma visto che non si muovevano, alzava il braccio in segno di minaccia. Il Ferrari tentava di dissuaderlo, trascinandolo per una manica della giacca. I due sconosciuti si mettevano a tirar sassi, il Ferrari intimorito abbandonava il Righini mentre quest ‘ultimo restava solo affrontato dai due. Trascinato a terra dalla violenza dell’urto, il bedigliorese estraeva il coltello e picchiava alla cieca: alcuni istanti dopo una secca detonazione metteva fine alla zuffa. La buona Teresa che, come abbiamo detto, precedeva distanziata, ignorava l’accaduto; avvisava il padre del Righini che il figlio era ubriaco; questi, accompagnato da due figli minori, gli andò incontro. Alla Crocetta, addossato al muro della strada, rinvenivano il loro congiunto che non dava alcun segno di vita. Capivano subito che Giuseppe era ferito; prendevano dal vicino cascinale una scala a pioli, vi caricarono il figlio e fratello, e lo portavano alla casa paterna. Uno dei fratelli corse subito a Banco ad avvisare il Console dell’accaduto; questi si recò subito sul luogo del delitto, indi a Bedigliora, ove ordinò: di suonare campana a martello, di collocare la guardia alla casa Righini e a Giuseppe Vanotta, sotto pena di 25 scudi, di andare a Lugano a portare la denuncia al Capitano elvetico. AI tocco le campane si misero a suonare a martello, ma la maggior parte della popolazione era già al corrente dell’accaduto. Il ferito, che non aveva più detto parola, agonizzava e dopo un’ora moriva assistito dai numerosi compaesani. A mezzanotte a Curio si festeggiava ancora. A quell’ora rientravano alle loro case, provenienti da Bedigliora, i cugini Marco e Francesco Baldi, per la strada incontravano il loro cognato Francesco Andina; raccontarono di una rissa avvenuta in quel di Bedigliora, invitandolo a chiamare un medico perché Marco era ferito. L’Andina partì subito, prendendo la via dei prati, scese per il sentiero rischioso fino alla Lisora; risalì sul versante opposto e alla una e mezzo bussò alla porta del chirurgo Rossi a Beredino; ritornò accompagnato dal medico per la medesima via, giungendo alle due e mezzo in casa Baldi a Curio. In quella notte, per l’esattezza, alla una e un quarto, suonarono le campane a martello anche a Curio, ma per così breve durata che i più non se ne accorsero e quei pochi che udirono non si scomodarono. Il chirurgo Rossi medicò e fasciò le ferite, prodotte da un’arma contundente; si fermò al capezzale del ferito fino alle quattro e mezzo, indi andò a bere da Giuseppe Avanzini; incontrò Simone Banchini curato di Miglieglia, Natale Banchini vice-curato a Sessa e gli amici suonatori di Astano: Giacinto Bacchetta, il nipote di Pietro Trezzini e Cristoforo Antonietti. Alle sei, il chirurgo, ritornando alla casa del Baldi, non vi trovò che il padre, il quale gli comunicò che Marco era partito per destinazione ignota… Il chirurgo Mossara stabilì che il Righinrera morto in seguito ad un colpo d’arma da fuoco sparatogli nella schiena e uscito dal ventre. L’inchiesta, per stabilire i colpevoli, fu lunga e laboriosa, molti furono gli interrogati ma nessuno pronunciava i nomi dei presunti feritori. Omertà a Bedigliora, omertà a Curio… Il processo avvenne, molto probabilmente, nel palazzo di giustizia di Lugano. La sentenza, emessa il 1. agosto 1754, è redatta nei seguenti termini: “Baldi Marco Antonio, figlio di Domenico da Curio, è condannato… per aver ucciso, mentre fuggiva, Giuseppe Righini di Andrea da Bedigliora alle ventitre e mezzo, in luogo la Crocetta, con un colpo d’arma da fuoco, alla pena di bando da tutto il territorio elvetico con la condanna alla forca di modo che il capo sia staccato dall’anima e che serva da esempio a simili malfattori”. La condanna non venne mai eseguita, dato che il Baldi era latitante e non si sapeva ove fosse la sua nuova residenza. Condannati ad ammende le vicinanze di Curio e Bedigliora: per aver omesso di fare tutto il possibile affinché il reo fosse arrestato. Giuseppe Avanzini, console di Curio, fu multato (lire 200) per non aver fatto il suo dovere né di aver inseguito il malfattore responsabile dell’omicidio di Giuseppe Righini; anche Andina Giov. Battista fu condannato a lire 250 di multa per il medesimo motivo».

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Lunga e consolidata tradizione di fornaciai

Scrivendo di Curio, non si può mancare di evidenziare come in questo paese, per molto e molto tempo, la lavorazione dei laterizi ha avuto un posto di primo piano fra le attività locali. Si parla dell’esistenza di fornaci, sia pur rudimentali, «Ai Nenti» e si ha memoria della presenza di una «cappa di forno» in piazza Tanasca. Il mestiere del fornaciaio risulta essere esercitato da un’autentica squadra di emigranti, che nell’Ottocento in particolare dapprima come operai, poi come imprenditori – si erano stabiliti lontani dal paese a costruire mattoni, coppi, tavelle e altro ancora. La meta era particolarmente l’Italia: Parma, Bologna, Novi Ligure, Tortona, Treviso, Padova, l’Abruzzo, il Trentino. Ma anche le Hautes Alpes, la Savoia, Einsiedeln, Corcelles e Payerne. L’intraprendenza, la tenacia e una buona capacità commerciale hanno coronato gli sforzi di vari curiesi, che ancora oggi onorano altamente la loro terra di origine.

Nel Bolognese, ad esempio, si sono distinti gli Andina, grazie all’intraprendenza di Pietro Andina (nato nel 1847), operando dapprima a Casaleggio Boiro (provincia di Alessandria) e poi (dal 1900) a Zola Predosa (Bologna), sino alla chiusura nel 1985 (sulla loro storia si veda, in particolare, un ampio servizio uscito in Italia, «Scuolaofficina» nel 1988 ma anche il libro «Curio e Bombinasco dagli albori»).
Ma anche al di là delle Alpi, come detto, numerosi i fornaciai intraprendenti. E fra ,questi primeggia la famiglia Morandi a Corcelles- Payerne, Cantone di Vaud, con l’importante stabilimento per la fabbricazione dei laterizi intitolato a «Morandi Frères», attinenti di Bombinasco. «Tuill e quadrei», tegole e mattoni: Leonardo Morandi, lasciando oltre cent’ anni fa il suo paese per cercare lavoro (e fortuna) in Romandia, forse nemmeno pensava che avrebbe costituito un impero.
In effetti, secondo i dati del 1989 (nella ricorrenza del centenario dell’ azienda) la «fratelli Morandi» – con sede a Corcelles (vicino a Payerne) e con diramazioni a Peyres-Possens, a Payerne, a Bardonnex e a Losanna – è la ditta più importante del settore in Romandia. Leonardo Morandi, nel 1889, aveva acquistato vicino a Payerne una fabbrica di prodotti di terracotta. Morì prematuraniente otto anni dopo. Il figlio Silvio, a soli 14 anni, si trovò a capo di una impresa nella quale investì il meglio delle sue energie di lavoro e creative con la tenacia tipica dell’ emigrante. I progetti di ingrandimento degli stabili e di potenziamento della produzione si concretizzano negli anni Venti. Nel 1933 arriva la terza generazione dei Morandi, con Robert che si è formato come ingegnere ceramista a Zwickau, in Germania. Il suo compito è quello di istituire una rete di vendita. Gira la Romandia in bicicletta e con la moto, stabilisce contatti, pone le basi per l’ allargamento dell’attività a livello regionale. La conduzione familiare permette di avere rapporti corretti con le maestranze e di superare – con una certa flessibilità – il periodo difficile del secondo conflitto mondiale.

Poi arriva il «boom» dell’edilizia e la produzione aziendale viene sollecitata. Nel 1969 subentra, con Claude, ingegnere laureatosi al Politecnico federale di Losanna, la quarta generazione. Silvio Morandi muore a 93 anni, nel 1977. È riconosciuto come una personalità di primo piano nell’economia vodese. Il figlio e il nipote hanno assicurato continuità, informatizzando il settore, ma non perdendo le radici con Curio.

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Un racconto su emigranti nella famiglia Avanzini

Fornaciaio il padre e fornaciaio il figlio
CORREVA L’ANNO 1870, E DONNA TEODORA ERA IN ATTESA. IL MARITO, IL SIGNOR AVANZINI, PREVENTIVAMENTE L’AVEVA AVVERTITA: «SE SARÀ UN MASCHIO, LO CHIAMERÒ Lupo». MA PERCHÈ QUESTO NOME?, RIPRESE LA MOGLIE; NON CI SONO ALTRI BEI NOMI DI SANTI DA DARE AI NOSTRI BAMBINI? I SANTI STANNO IN PARADISO, SOGGIUNSE IL MARITO. E POI NON CI SONO FORSEA CURIO ALMENO TRE CHE SI CHIAMANO LEONE? PERCHÉ NON CI POTREBBE STARE ANCHE UN Lupo? DEL RESTO, LO STEMMA DI CURIO PORTA LA TESTA DI UN LUPO ED È UN BEL SIMBOLO PER TUTTI I CURIESI.

IL MOMENTO RICHIEDEVA CALMA E DONNA TEODORA NON AGGIUNSE ALTRO, RICORDANDO ANCHE LE PAROLE UDITE NELLA MESSA DEL MATRIMONIO: «LA MOGLIE SIA SOTTOMESSA AL MARITO».

Venne il giorno genetliaco. E fu un maschio. Immaginate la gioia, l’esultanza del signor Avanzini, felice perché la generazione della sua parentela era assicurata. Quel giorno, il signor Avanzini pagò da bere a tutti i «maestrani» del paese all’ osteria di Piazza Grande. Poi venne il giorno del battesimo. Il corteo si mosse da casa Avanzini verso la chiesa di S. Pietro. Alla portà del tempio don Greco iniziò la cerimonia. «Che nome date al vostro bambino?».
Prontamente, il padre disse: «Lupo». Il curato rimase allibito, interdetto. «Come, Lupo?», osò dire. «Sì, Lupo», ripetè il padre. «Ma non ci sono altri nomi di santi?», soggiunse don Greco. «E dalli coi santi!», disse ancora l’Avanzini. Perchè la cosa non degenerasse, il curato prospettò: «Ebbene, lo chiameremo Lupo-Agnello». «Signor curato, scherziamo?», intervenne il padre.

«Non siamo più al tempo delle fiabe del lupo e dell’agnello». E concluse: «Bè, bè, aggiunga pure il nome che vuole, ma il mio bambino lo chiamerò Lupo». E così il Lupo fu battezzato. Lupo crebbe bello, forte, sano. Era la gioia della casa Avanzini. E poiché fornaciaio era il padre, fornaciaio fu anche il figlio. Laggiù a Pontecurone, in provincia di Alessandria, gli Avanzini avevano una fornace per la lavorazione dei laterizi. Un’impresa che, con l’andare degli anni, si era sempre più ampliata con un bel numero di trenta operai, tutti del Malcantone. All’ età di 25 anni, il nostro Lupo decise di prender moglie e già aveva messo gli occhi su un’avvenente giovinetta di Pontecurone. Il padre osò intervenire con il noto proverbio: «Mogli e buoi dei paesi tuoi». Ma Lupo era ormai innamorato di Lavinia e il matrimonio fu fatto. Anzi, gli sposi decisero di metter casa laggiù, per evitare gli spostamenti di stagione, come facevano i nostri «maestrani». La casa non tardò ad essere allietata da un fiocco azzurro, un bel pupo che assomigliava al nonno; per rimanere in famiglia ebbe nome Leone.

L’impresa, grazie anche all’intraprendenza di Lupo, andava ognor più sviluppandosi. Onde, si trattò di erigere una nuova fornace, con relativo camino. Il nuovo aereo edificio era un affare di impegno. L’artista, il Lupo, aveva prestato tutta l’attenzione, non solo assistendo e dirigendo i lavoratori, ma ancor lavorando egli stesso. Non lasciava mai l’opera un solo momento: tutto il lavoro doveva progredire sotto i suoi occhi e con la sua cooperazione. L’opera era ormai giunta al suo termine. Il nuovo camino si slanciava nell’aria sopra l’abitato fino a sessanta metri. La mattina del giorno in cui dovevasi festeggiare il compimento dell’impresa, il ferragosto come si suol dire, il piccolo Leone, il vispo ragazzino di Lupo, stava aspettando la colazione da recare al papà sul luogo del lavoro.«Mamma, chiese il bambino, oggi papà finisce il camino?». «Sì caro, rispose la mamma, oggi leveranno i ponti. Ma, ogni volta che finisce uno di questi camini, mi sento stringere il cuore. Il papà, come capomastro, è l’ultimo a discendere. Si abbassano i ponti ed egli rimane su quella enorme altezza, da dove poi si cala con una corda. È una cosa che fa paura!». «Mamma, voglio esserci anch ‘io assieme alla gente in festa!». «Caro, se ogni cosa riesce bene, domani faremo festa: andremo a desinare fuori in campagna, presso il bosco». Il figliolo, fuor di sé dalla gioia, prese il paniere della colazione e con passo lesto si mosse alla volta del padre. Lavinia stette alquanto sulla porta, osservando il ragazzetto correre nella sua felicità. Ma tosto le si parò innanzi alla mente la calata dei ponti e il marito ultimo a discendere da quell’ altezza spaventosa. Rientrò in casa e si inginocchiò, facendo una breve preghiera a Dio. Leone consegnò al padre la colazione e poi rientrò a casa. Alle tre del pomeriggio corse di nuovo a vedere il camino: tutti i ponti erano smontati e gli uomini si adoperavano a sgombrare le ultime travi. Ma, alzando gli occhi, vide il padre suo, tutto solo sull’ enorme cima. Un brivido gli passò per le tenere membra. Vide il babbo guardarsi attorno, come per assicurarsi che tutto fosse in ordine, poi agitò nell’ aria il cappello e tutti gli uomini abbasso rispondergli con prolungate voci di gioia. Echeggiavano ancora le ultime grida di giubilo: quando, fra queste, si mischiò una voce che veniva dall’alto: con accento di dolore e di spavento si udì dalla cima il grido: «La corda, la corda!».

Gli uomini si guardarono l’un l’altro e si fecero smorti. La corda giaceva rotolata sul suolo, la corda che – prima di abbassare i ponti – avrebbe dovuto giungere sulla cima, onde il capomastro potesse con quella calarsi come si usa in simili lavori! La corda era stata dimenticata. Che fare? Compresi di dolore e di vergogna, gli operai stavano muti, pensando cosa sarebbe successo. Sull’angusto spazio di quella spaventevole cima, intanto, Lupo si muoveva e gli sembrava che l’altezza divenisse sempre maggiore. Vedeva la terra sempre più bassa e già cominciava la vista a farsi fosca. Intanto, il piccolo Leone era giunto a casa trafelante e smorto: a malapena poteva parlare per raccontare alla mamma ciò che stava accadendo. La brava donna si sentì mancare, alzò gli occhi al cielo, sospirò. In un lampo fu sul luogo del lavoro, dove già una gran folla era accorsa. Alcuni dicevano: «È impossibile che si sostenga a lungo: a momenti, lo si vedrà precipitare». Ma ecco giunge Lavinia: guarda in alto e poi, raccogliendo le mani sulla bocca per farsi meglio sentire, gridò: «Lupoooo, Lupooo! Ascolta quello che ti dico: stai calmo. Levati il pullover e pian piano disfalo: poi attacca un sassolino al filo e lascialo giù. Hai capito, Lupo?». Sembrava che il povero Lupo avesse perso la favella: con il capo fece cenno di sì. Si cavò quindi il pullover, ne disfece le maglie. Lavinia gridò ancora: «Ascolta, Lupo: lascia scendere il filo con attaccato il sassolino e tieni ben salda l’altra estremità». La donna, intanto, mandò a cercare nel negozio più vicino un rotolo di spago ben forte e resistente. Ora il sassolino cominciò a scendere con il filo del pullover; quando fu a portata di mano, ella staccò prudentemente il sassolino e al filo attaccò lo spago forte e resistente. Poi gridò al marito: «Ora tira su adagio adagio: quando ti arriva in mano lo spago,fermati». Facendo un gomitolo e tirando il filo, Lupo trasse in alto lo spago e, quando l’ebbe, fermò. Allora, la donna vi attaccò la corda e gridò: «Lupo, la corda è attaccata: tira adagio, che non ti scappi di mano». Così la corda salì e, quando Lupo l’ebbe in mano, riprese fiato e si sentì tutto rincuorato. Sulla cima del camino un apposito ferro era fissato: e a quell’uncino vi annodò ben bene il cappio della corda; quindi si concentrò. Afferrata la corda e raccomandandosi in cuore suo a Dio, si staccò dall’ alto e si dondolò nell’aria, scendendo lentamente. Allora fu generale il grido della folla: "È salvo!». Quando fu a terra, Lupo si trovò subito nelle braccia della moglie, esclamando:«Lavinia, tu mi hai salvato!". Ecco il soccorso che, in casi simili, può prestare il genio, la virtù di una donna.

don Leonardo Tami

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Bombinasco, enclave di Curio

Nel Medio Malcantone i tre Comuni di Novaggio, Curio e Bedigliora – come si desume da documenti dell’ Archivio del Comune di Curio, dalla «Rivista storica ticinese» (1940, n. 5) e da «Appunti di storia antica malcantonese» di don Enrico Maspoli – costituivano una sola comunità, denominata in origine «Castellanza di Novaggio». Avvenuto lo smembramento in tre Patriziati e Comuni, rimase il vasto territorio di proprietà e di giurisdizione promiscua, che conservò il nome di Castellanza dei tre Comuni. L’ultima divisione avvenne nel 1788 e ciascun Comune assunse la giurisdizione territoriale delle porzioni di Castellanza loro assegnate in proprietà, rimanendo in comunione la pastura. Bombinasco – sulla strada che conduce ad Astano, dopo le frazioni di Banco e Nerocco di Bedigliora – è oggigiorno una «enclave» di Curio, nel senso che civilmente ed ecclesiasticamente appartiene a Curio. Ma, in passato, si trovò sempre in condizione singolare e fu anzi una terra contesa per secoli. Il nome primitivo era «Monte Banasco» o «Benasco», e nel Trecento vi troviamo due aziende agricole: una in livello ad Ansermolo fu Martino Avanzini di Curio, abitante a Curio, con un canone annuo di cinque scudi e due capretti; l’altra al di là della Froda, verso Astano, appartenente a Simonolo di Astano fu Pagano di Monte Banasco, che nel 1394 la vendeva a Bernardo di Astano del fu Giacomino di Sornasco in Vai Vigezzo, abitante ad Astano. Data la pastura comune, l’ambito del territorio di Bombinasco era talmente incerto che il notaio Lanfrancolo de’ Mantelli di Bedigliora, nello strumento appunto del 2 febbraio 1394, poneva questa frazione «in territorio di Astano, ovvero dei Comuni della Castellanza di Novaggio». Ciò fu causa di molti litigi. Solo con sentenza del 10 novembre 1635 veniva fissata la cerchia territoriale di Bombinasco ai confini attuali. Ma la «Comunella» che si era formata nel territorio della Castellanza non era Comune a sé. I terrieri amministravano i loro beni posti sulla porzione di territorio sito tra la Valle Froda e la Val Grande che si congiungono nelle acque della Lisora. Per tutto il rimanente corrispondevano con Curio, salvo il pagamento degli estimi. I fondi dapprima erano intavolati nel registro di Astano e a questo Comune venivano versate le tasse. Per una convenzione speciale e non per diritto di territorio, Bombinasco faceva iscrivere i suoi estimi a Bedigliora alla prima erezione del suo catasto nel 1610. Dettava, inoltre, la condizione che non dovesse pagare più di soldi 4 per ogni denaro d’estimo e si riservava il diritto assoluto di ritirare da quel catasto i propri estimi mediante il pagamento di quanto sarebbe stato di ragione. Dopo due secoli durante i quali Bombinasco dovette sostenere contese per motivi di territorio con Astano e Bedigliora, nel 1808 il Gran Consiglio prescriveva che gli estimi dei fondi dovevano essere iscritti sul catasto del Comune in cui giacevano i medesimi fondi. Bedigliora colse quell’occasione per inoltrare domanda al Consiglio di Stato onde ottenere che la terra di Bombinasco venisse in tutto e per tutto aggregata a sé, asserendo che si trovava nel proprio territorio. In seguito a formale smentita da parte di Curio e della frazione comprovata da documenti, il 9 agosto 1810 il Piccolo Consiglio respinse la richiesta di Bedigliora, ma il 20 aprile 1865 la Municipalità di Bedigliora inviava di nuovo una memoria al Gran Consiglio sulla nota controversia. La reazione dei curiesi fu immediata, appoggiata dai terrieri della frazione presenti in patria e da un poderoso intervento del dr. Pietro Avanzini nel consesso legislativo. La proposta del Piccolo Consiglio, favorevole all’annessione della terricciola a Bedigliora, cadde definitivamente con la risoluzione del Gran Consiglio del 2 maggio 1865 e con la firma dalle parti in causa di uno strumento di transazione in data 27 dicembre 1866, che attribuiva la piena giurisdizione su Bombinasco al Comune di Curio. Bedigliora venne indennizzata con un versamento di 2300 franchi. Oggigiorno, nella frazione (con cimitero comunale per quell’agglomerato) risiedono una cinquantina di abitanti. Vi è un oratorio, dedicato alla SS Trinità e costruito verso il 1670 dalla gente del luogo su iniziativa di don Giovanni Avanzini, morto all’ età di 66 anni e sepolto nella chiesetta), il quale fonderà una Cappellania che deve durare sino all’anno diecimila! Da allora, i titolari del Beneficio non mancarono, anche se non sempre residenti. La presenza regolare nel tempo di un sacerdote a Bombinasco ha inizio nel 1932 con il Preventorio dell’Opera serafica di Soletta, realizzato due anni prima, ed attualmente la struttura ospita persone handicappate e anziane. Dal 1847 il tempio sacro è passato in proprietà alla Parrocchia. L’altare principale, barocco, è di stucco e presenta un paliotto in scagliola, opera di Giuseppe Maria Pancaldi di Ascona; la pala rappresenta la SS. Trintà con i Santi Antonio da Padova, Nicola da Bari e Domenico. Fu culla della prima società musicale del Cantone, «Carocia».

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“Curio. Note di storia” e “Curio e Bombinasco dagli albori”

Il nostro Comune ha la fortuna di poter contare, per quanto riguarda il suo passato remoto ma anche il suo passato prossimo, su ben due libri.
Il primo – «Curio. Note di storia» – è stato pubblicato nel 1960 (Cartografica S.p.A., Firenze) a cura di don Ermanno Medici, compianto parroco a Curio. Non si tratta di una scarna pubblicazione di documenti, cifre e dati, ma è un’ opera piacevole per lo stile, le osservazioni, lo studio dell’ ambiente, delle circostanze e delle cause che condussero a determinati avvenimenti. Così, si scoprono le vicende di Curio, della Vicinanza, della Parrocchia e della chiesa; si incontrano fatti ed episodi curiosi, come la lotta con Bedigliora per Bombinasco, il «bandito di Curio», le peripezie degli emigranti, i fatti della Magliasina; si incontrano pagine di ricordi penosi, come le dimissioni e la partenza di don Guerino Greco; ritratti di persone illustri, come P. Faustino Corti, il dr. Pietro Avanzini, don Giuseppe Feregutti.

Nel 1993 (editore Armando Dadò di Locarno), ha visto la luce un volume di ben più consistente importanza, «Curio e Bombinasco dagli albori. La terra, la gente, il lavoro». Ne sono autori lo stesso don Ermanno Medici e Ernesto W. Alther. Una ricostruzione delle vicende anagrafiche delle famiglie curiesi attraverso 440 pagine, con illustrazioni degli alberi genealogici delle famiglie originarie del paese. L’opera, monumentale, si compone di tre parti principali: la terra in cui viene esaminato il terreno in relazione al cambiamento dei rapporti dopo l’abbandono delle superfici, un tempo sfruttate a scopo agricolo; la gente, ossia un capitolo incentrato sulla storia della chiesa, sulla scuola, sullo sviluppo demografico con relativo elenco delle famiglie e documentazione araldica; il lavoro, in cui viene analizzato il passaggio da una società agropastorale ed artigiana all’economia del terziario con tutta la complessa ed onerosa problematica che ne è conseguita. A questi due libri, ovviamente, anche noi abbiamo ripetutamente fatto capo per riprendere notizie di vario genere.

I VOLUMI POSSONO ESSERE ACQUISTATI PRESSO LA CANCELLERIA COMUNALE.

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